Strumenti di trasporto a spalla e contenitori a intreccio

Per Gentile concessione del Centro Studi Storici Alta Valtellina.

Articolo di Giacomo Rinaldi

Nella difficile e dura economia della civiltà contadina delle nostre valli il perpetuarsi dell’uso degli attrezzi realizzati in modo autoctono, utilizzando i materiali che l’ambiente circostante offriva, soprattutto con il legno, rappresentò sempre una grossa fonte di risparmio. Gli scarsi guadagni servivano solo per regolare le spese alimentari, gli affitti e i livelli sui terreni a S. Martino,[1] mentre l’apporto dell’emigrazione era diretto a riscattare o acquistare qualche terreno.

Ma anche quando, con l’avvento dei grandi lavori idroelettrici nella valle della Azienda Elettrica Municipale di Milano, l’economia migliorò per la possibilità di lavoro, il sistema di conduzione economica non ebbe alcun mutamento improvviso, perché l’attaccamento alla tradizione, lo svolgere determinate attività in un determinato modo con determinati attrezzi, fu lento a modificarsi.

Parlando della realtà grosina ritengo che il cambiamento si accelerò dopo gli anni Cinquanta per due cause:

– lo sviluppo della rete viaria, sia verso i maggenghi oltre Adda che nella Valgrosina, che favorì l’acquisto di mezzi meccanici;

– e il cessare dell’attività agricola come fonte primaria della economia familiare con lo sviluppo del lavoro parttime, quasi un dopolavoro, che se aumentò ancor più l’uso di mezzi più moderni portò però alla diminuzione e anche alla scomparsa di determinate culture.

Così mentre sino a quarant’anni fa era ancora molto in uso la coltivazione di campi di cereali come frumento, segale, orzo e come secondo raccolto annuale il grano saraceno, alternando annualmente la coltivazione con la patata. Ora è rimasta la coltivazione della patata, senza alternanza con altre colture ma solo con foraggio e in alcuni casi con mais. In questa realtà evolutiva, la produzione e l’uso di determinati attrezzi che la creatività contadina aveva prodotto per le proprie attività, in alcuni casi diminuì in altri cessò. Così è avvenuto anche per gli strumenti, i contenitori, gli arredi realizzati ad intreccio, di cui tratterò in appresso, che nella realtà contadina esistevano da secoli. Di essi alcuni sono ancora in uso, le gerle in varie fogge (al gèrlu, al campàc’),[2] vari tipi di ceste (al cavàgn, al cavagnìn), mentre non lo sono più le ceste per la sella dei carichi a soma (i cavàgni de la sèla), i crivelli e i ventilabri vari per i cereali (al drac’, al van), le grosse ceste per trasporti con gli animali da tiro (al menàsc, la còrca), la rocca per filare la canapa (la róca de la cänuf), nella cucina il contenitore dei cucchiai (la cugerèra), il lavoro di protezione per fiaschi e damigiane (al fiàsch impaè e la damigiàna impaèda) e un antico tipo di calzatura (i cósp).

 

Al gèrlu

Al gèrlu, la gerla, è composto da due assicelle di legno forate: al fónt e al brasciàl, al quale si agganciano gli spallacci (i stròpi); le stecche verticali (còsti) infisse nel fondo costituiscono il telaio, dove si intrecciano vimini (avìmen) o stecche di legno di nocciolo, di lantana o di castano (scudésci de culör, de lantàn o de ärbul).

È un contenitore a forma di cesta conica non regolare. È stato fra gli attrezzi muniti di ritorte (stròpi), per il trasporto di merci a spalla, quello più diffuso ed attualmente ancora in uso, soprattutto nel campo agricolo nelle valli alpine. Anche in Valtellina l’uso, pur se diminuito, è ancora presente. Nel territorio grosino, in particolare per le attività agricole sui maggenghi o sugli alpeggi, persiste l’utilizzo di tale attrezzo e si trovano ancora artigiani che lo costruiscono.

A Grosio, secondo le fogge, il modo di costruzione e l’uso cui viene adibito, assume la denominazione di gèrlu de avìmen, gèrlu de späduli o di ràis, gèrlu de la gràsa e campac’.

Al gèrlu de avìmen l’é fac’ gió cun avìmen e scudésci, se’l dòpera per fär tanc’ laór cume andär a ramär sgàz e sciurscéi de légna, däśi, sternàm, vìśega; ramär su fén, digör, tersöl, raśìsc; där rìva; tör fò la gràsa de la stàla, fa ìa i prä de samichél, purtär i tartùfuli di curnèli.

La gerla di vimini, realizzata con vimini e stecche all’uopo predisposte, è usata per trasporti vari, in particolare: per raccogliere legna, strame, fieno selvatico, per raccogliere i foraggi dei prati, per portare il foraggio alle mucche dal fienile (tabiè) alla stalla, togliere il letame dalla stalla e in autunno portarlo nei prati per concimarli, trasportare le patate dai terrazzamenti.

 

 

Il carico sulla gerla può essere:

–          su a stròpi del gèrlu quando arriva fino alle ritorte,

–          räs o raśìn al gèrlu fino all’orlo,

–          cómul al gèrlu sopra la linea dell’orlo soprattutto per fogliame e foraggi,

–          infruscä ampliato nella capienza mediante l’aggiunta lungo l’orlo superiore di frasche, fronte di abete o rametti (de fróschi, däśi o sciurscéi), questo avviene quando si va a raccogliere strame o legna (quando as va a ramär sternàm o légna).

 

Al gèrlu de späduli o gèrlu di ràis l’é fac’ gió cun scudésci de prima, fàci gió fini, se’l duperàva apéna per purtär su e gió di mónt i ràis pìscen. I ghe fava su un lecìn gió in t’el gèrlu cun paionìn, prepuntìna, ninzulìn e cuèrta de piché cu’l volànt, che se la metéva sóra al scérsc perché la tucàs miga gió in t’el mus del ràis o del la ràisa. Quàndu al vignìva fruc’ o’l se rutéva, al vignìva duperè per tö fò la gràsa perché l’ära fàc’ gió più fin. L’é stac’ super fina al milanöfcént cinquantacinch-sesanta e dòpu più.

La gerla di stecche a spade o gerla per i bambini realizzata con maggior cura e finezza, era adibita specificamente per trasportare i bambini infanti sui maggenghi e sugli alpeggi. Nella gerla veniva preparato un lettino, come fosse una culla, con sopra una coperta a fiori sgargianti e un copriletto di piquet con balza, che veniva tenuto sollevato dal viso del bambino da un semicerchio in legno alle volte lavorato (al scérsc). Quando questo tipo di gerla si rompeva o si sformava veniva usato per il trasporto di letame. È rimasto in uso fino agli anni 1955-60.

 

 

 

 

Al gèrlu de la gràsa se’l ciàma iscì perchéé se’l dupèra dré a la gràsa.

È così chiamato perché si usa per il trasporto di letame e stallatico (gràsa). Può essere de avìmen o de spàduli. Generalmente è di dimensioni piccole. Per il carico, onde poterlo reggere più agevolmente prendere sulle spalle (per töl su in spàla senza tròpa fadìga), si usa spesso porlo sul cavalét de la gràsa,[3] un treppiedi formato da tre aste quadrate di legno unite da un cavicchio cavégia nella parte alta, l’asta centrale è girevole, mentre le altre due divergenti a triangolo oltre che da la cavégia, sono unite anteriormente, all’altezza del fondo schiena, da un’assicella larga cm 18 per l’appoggio del fónt della gerla.

 

 

 

 

 

 

Al campàc’ fàc’ gió cun avìmen più gròs, che i é lighè inséma cun tré curdón, se’l dòpera per ramär su’l fén.

La gerla a trame larghe, viene usata per portare i vari tipi di fieno dai prati al fienile.

Il carico del campàc’ può essere:

–          räs al campàc’ quando è sino all’orlo,

–          cómul al campàc’ quando supera l’orlo e assume una forma arrotondata,

–          con su i nàuli, con aggiunta oltre l’orlo di bracciate di foraggi, che poi sono legati con una corda.

 

 

 

 

 

 

 

 

Altri attrezzi dotati di ritorte (stròpi) o spallacci che furono o sono in uso sono:

la cädula per il trasporto di merci pesanti e ingombranti come sassi e “piode”, è costituita da un’asse o da un telaio a vari listelli con quattro fori per le ritorte (stròpi) o spallacci sporgenti dal lato di appoggio al dorso, mentre nel lato opposto nella parte inferiore sono sporgenti due pioli (cavégi) per l’appoggio dei carichi;

la brénta e la brentìna di varie fogge, una volta di legno ora in alluminio, per il trasporto di acqua, latte, vino e altri liquidi.

Attrezzi usati nel costruire la gerla ed altre attrezzi ad intreccio (fèr che’s dòpera per fä(r) gió i gèrli e altri arnés intrescè)

Al sigurìn, scure dalla lama larga e ricurva,

al sigurèl, ascia con manico corto e leggermente divergente e dalla lama lunga una ventina di centimetri affilata solo da un lato,

l’àsa, accetta a lama ricurva e trasversale rispetto al manico con linea di taglio affilata solo da una parte e leggermente ricurva,

al pudaìt, roncola da tasca,

la tanevèla, trivella per fare buchi nel legno,

al girabechìn, trapano a mano,

la ràśega, sega.

Materiale necessario per costruire le gerle e altri attrezzi ad intreccio (ròba che’s ràma per fä(r) gió i gèrli e altri arnés intrescè)

Al fónt si ricava generalmente dalla parte delle piante di betulla vicina alle radici (pedùl del bedógn) del diametro di circa cm 10-12, ma può essere anche di altro legno come pioppo, acero, frassino (àlbera, aśér o fràsen) tagliati, come tutto il legname da opera, in bón del luna, cioè nel periodo fra il primo quarto della luna nuova (luna scura o luna crescénte) sino alla luna piena (luna ciàera o luna tónda). Il tronco di betulla, tagliato con la scure (sigurìn), viene sezionato in piccoli tronchi con la sega (ràśega) e lasciato stagionare. Al momento del bisogno i tronchetti vengono sezionati (i vén śmeźè) e ogni parte è lavorata con l’ascia dal manico corto (sigurèl) e con l’accetta ricurva (àsa), quindi rifinita negli spigoli con la roncola da tasca (pudaìt) fino a formare un’assicella a forma di rettangolo dalle dimensioni di circa cm 34-35 di lunghezza, cm 8-8,50 di larghezza e cm 1,5 di spessore. Tale assicella viene smussata in due angoli con il taglio di due pezzi, a forma di triangoli rettangoli dai cateti di cm 5, sul lato più lungo e di cm 3 su quello più corto, incurvandone poi l’ipotenusa. La parte più lunga è la base della parte anteriore della gerla dove poggerà la schiena (schenàl), mentre la posteriore a seguito del taglio degli angoli è più corta e rimane di circa cm 25 ed è la lunghezza di un lato del rettangolo centrale di cm 8 di larghezza. Lungo tale rettangolo cun la tanevèla o cul girabechìn si fanno sei o otto fori (as ghe fa int sés o òt böc’) nella parte anteriore (schenàl) e sette nella parte posteriore, nonché due in ciascuno dei lati lateriali. Tutti i fori vengono praticati inclinati verso l’esterno (śvàśä). Nelle parti del fónt ai lati del rettangolo vengono praticati altri due fori del diametro di cm 2 per potervi fissare le ritorte (i stròpi).

I fori possono essere anche di numero inferiore i superiore, devono comunque essere sempre in numero dispari per non creare sovrapposizioni nell’intreccio (surèli). Il fondo (fónt) rappresenta la base da cui partono i vimini portanti (i còsti) che costituiscono lo scheletro sul quale viene realizzata la gerla. Per la gerla de späduli vengono praticati dei fori speciali a forma rettangolare.

I avìmen sono polloni sbocciati dai ceppi, generalmente di betulla (piantéi de sciùch de bedógn), ma possono essere anche di salice (salésc), dell’altezza di circa m. 1,20-1,50, grossi alla base circa cm 1. Vengono tagliati con la roncola da tasca (pudaìt) nel periodo autunnale in bón de luna. Non vengono tagliati in primavera e nella prima parte dell’estate perché hanno la linfa (al such), sono più fragili, e si rompono più facilmente (i é più śgiòz). Si sfrondano (si desgrópa), quindi si scortecciano (si rùsca) con la costa della lama della roncola o di un coltello, appoggiandoli sul ginocchio protetto da panni resistenti (paltràch, o tòch de ninzòl de läna fulä). Lasciati essiccare per alcuni giorni all’ombra, si portano poi per due o tre ore nella stalla, quindi si raddrizzano eventuali storture (indóe che i é stòrt) facendone poi dei mazzetti legati ben stretti ogni cm 30 con corda. Lasciati ancora essiccare, sempre all’ombra, per 4-5 mesi, sono pronti per essere usati a formare l’intelaiatura della gerla (i còsti del gèrlu).

I scudésci, stecche flessibili, si ricavano da pali di nocciolo (bachét de culör) o di catano e lantana (àrbul, lantän) del diametro di cm 2-3, tagliati con la roncola in autunno, per quanto possibile, con pochi nodi (sénza gróp). Sfrondati, sono portati nella stalla per due giorni per ammorbidire (per fä(r) la pàsta). Successivamente vengono scortecciati (ruschè), quindi si procede allo smembramento per ricavarne le sottili stecche per l’intreccio fra i vimini (as fa fò i scudésci per fä(r) gió i gèrli).

Per fä(r) fò i scudésci ad ciàpa al pal de culör de la part del sitìl (scìma), as làga circa vìnti ghéi, per pudér tignìl in man, as fa ’na taca làrga un ghèl e fónda un pit de mén de mèz ghèl, as cérca de pieghèr al pal cun al cun al ginóc’ giràndu la tàca in fò. Apéna che la scudéscia la s’é destacàda as mét int al pudaìt o due dì tra ’l pal e la scudéscia e se la tégn cun i àltri du dì per tiràla fò più gualìva as contìnua a pieghèr al pal cu ’l ginóc’ fina che ’s riva gió in fónt. Lo smembramento consiste nel prendere la verga di nocciolo dalla parte più sottile (scìma) e, lasciati circa cm 20, per poterla tenere con la mano, operare sulla cotica una incisione larga circa un centimetro e profonda mm 2-3. Preso il palo con le mani con l’incisione rivolta verso l’esterno, facendo perno sul ginocchio si cerca di piegare la verga, in tal modo la stecca (scudéscia), si stacca dalla verga. Inserendo poi la lama del pudaìt o due dita sotto la scudéscia staccatasi e tenendola con le altre due dita, si prosegue con la pressione lungo il palo sino ad arrivare alla fine.

Con altre due incisioni si staccano le altre stecche intorno alla verga. In certi casi la grossezza della verga si presta a ricavare un altro giro de scudésci (scudésci de segónda). Una avvertenza importante è quella di non lasciare i scudésci nella stalla perché diverrebbero nere in poco tempo.

I scudésci così ricavate vengono legate in fasci (mazét) e lasciate essiccare almeno un paio di mesi all’ombra. Prima di usarle vengono messe in ammollo nell’acqua (immuèdi) per due-tre ore, quindi si lavorano con la roncola (si fa gió cul pudaìt) modellandole possibilmente tutte dello stesso spessore e della stessa larghezza, avendone l’avvertenza di dare forma un po’ convessa nella parte opposta alla cotica, per renderle più resistenti. Per una gerla normale la larghezza è di 7-8 millimetri. A meno che vengono approntate, si intrecciano fra i còsti de avìmen della gerla precedentemente predisposte (piantädi).

Al brasciàl, cume al fónt, si ricava da vari tipi di legname, il più usato è però quello di betulla. Lavorato, si presenta come un’assicella, dello spessore di cm 2,50. ha la forma di una falce di luna con il lato diritto della lunghezza di circa cm 35-36, che rappresenta la corda in arco schiacciato alto al centro circa cm 5 e 2 alle estremità. Viene forato con sei o otto fori nello spessore e in linea verticale con quelli della parte anteriore del fónt, nei quali saranno infilati i vimini partenti dallo stesso.

Inoltre, se nella parte anteriore dello schenàl del fónt sono stati aperti solo sei fori, per rendere più resistente la sezione della gerla superiore al brasciàl, vengono praticati, fra i sei fori, altri cinque profondi cm 1,50, in cui verranno inseriti aggiuntivi (avìmen de agiùnta). Infine si praticano altri due fori del diametro di cm 2, ortogonali ai precedenti, equidistanti dal centro del brasciàl e distanti l’uno dall’altro di circa cm 11, nei quali saranno poi inserite le ritorte (stròpi).

Al curdón consiste nell’intreccio particolare di stecche ricavate da polloni di betulla (strupón de bedógn), più grossi di vimini, divisi a metà e lavorati (smeźè e fac’ gió). Un curdón viene intrecciato fra i vimini all’altezza e attorno al bresciàl, alle volte, quasi per creare un ricamo, senza togliere la corteccia (cun su la rùsca). Un altro invece alla fine dell’intreccio cun i scudésci prima de vultä(r) gió ’l gèrlu, prima di intrecciare le cime dei vimini. Lo stesso inserimento tra i vimini avviene in modo diverso dalle altre stecche (scudésci). Mentre queste sono intrecciate, passando dentro e fuori fra i vimini, in linea orizzontale l’una sull’altra, l’intreccio del curdón avviene utilizzando contemporaneamente due stecche che si intrecciano, passando dentro e fuori i vimini, ma, alternativamente, una volta sopra e l’altra sotto, mentre sul vimine successivo quella sotto passa sopra e quella sopra passa sotto.

I stròpi, ricavate da polloni di betulla, di ontano verde (malòsa) o salice (salésc), vengono ritorte (sturgiùdi) prima di tagliarle, lasciandone un pezzo non ritorto di almeno 25 cm che serve per bloccarle dopo essere state inserite nei due fori del brasciàl, piegate e fissate alle estremità dello stesso.

I späduli sono stecche ricavate da legno di betulla o pioppo o ciliegio o castano o larice (bedógn, àlbera, àrbul, lars). Hanno una testa (cócula) e la forma di lama di spada della larghezza di circa cm 2-2,50 e lo spessore di circa mm 4-5, mentre la lunghezza varia. Per le portanti (còsti de späduli) che si staccano dal fónt è uguale all’altezza della gerla, per le altre dal punto dove sono inserite sino all’orlo superiore all’interno del gèrlu.

Lavorazione delle gerle di vimini

(Manéra de fä(r) gió i gèrli di avìmen)

Premessa l’osservazione, e ciò vale anche per i lavori di preparazione dei materiali, che l’artigiano si colloca, seduto su uno sgabello senza spalliera (scàgn), in uno spazio abbastanza ampio, sia l’aia (la córt) o, il più delle volte, la stalla, in modo da poter maneggiare i materiali, cume i pài de culör per fä(r) fò i scudésci di oltre due metri e i avìmen di oltre m 1,50, senza intoppi o danni alle persone, specifico che descriverò la realizzazione de ’n gèrlu che ’l g’à un fónt cun dissèt böc’, sés de nènt, sèt de dré e du per pärt, sei anteriori, sette posteriori e due per ogni lato. L’altezza finale è di cm 70-75 anteriormente, 66-67 posteriormente, mentre la larghezza alla sommità è di cm 80Í70.

La lavorazione inizia con l’inserimento dei vimini portanti nei 17 fori predisposti nel fónt, lasciando sporgere sotto lo stesso una parte di vimine per circa cm 1,5 (la cócula). As cumìncia a piantär al gèrlu picàndu int i avìmen int i dissèt böc’ del fónt fina che i va int; i tòch che i vanza gió i vén śgualivè e i é i cóculi del gèrlu che si làga vanzä fò circa un ghèl e mèz. Tenendo l’intelaiatura così ottenuta (al gèrlu urdì iscì) fra le ginocchia cun al fónt rivolto verso il petto, vengono intrecciati i primi giri di stecche (córs de scudésci), preparate di volta in volta, facendole passare alternativamente dentro e fuori i vimini, sempre con la cotica rivolta all’esterno e con l’avvertenza di tenerle ben permute l’una sull’altra. Terminata una scudéscia, si procede alla giunta con un’altra, facendo in modo che quella aggiunta sia sempre all’esterno e copia, per almeno due vimini quella finita, il cui residuo sporgerà all’interno. Dopo 4 o 5 córs, la gerla viene messa in piedi cioè con il fónt rivolto a terra e si comincia ad aggiungere i primi 4 vimini, predisponendoli a punta lanceolata e flessibile nella parte più grossa (calscìn), e inserendoli nei vuoti triangolari, formati dai scudésci intrecciate, anteriormente ai due vimini portanti, che partono dai vertici posteriori del rettangolo del fónt e anteriormente ai due vimini laterali vicini a quelli dei vertici anteriore dello stesso. Si ripete la stessa operazione di intreccio di quattro o cinque córs e di aggiunta di quattro vimini sugli stessi portanti per 6 o 7 volte, in relazione alla grandezza che si vuol dare alla gerla, sino ad arrivare ad aggiungere 24 o 28 vimini.

Giunti così a circa cm 50 dal fónt, viene realizzato un primo intreccio speciale (curdón) con stecche, alle volte non scortecciate, sotto il brasciàl, che a questo punto viene inserito infilandovi i sei vimini portanti anteriori del schenàl. Tra gli stessi sei vimini, nei cinque fori precedentemente predisposti nella parte ricurva del brasciàl, vengono piantati i vimini di aggiunta (avìmen de agiùnta). Si esegue quindi un altro intreccio speciale (curdón), lungo tutta la circonferenza della gerla, compresa la parte superiore del bresciàl, con stecche di polloni di betulla (strupón) divisi a metà, alle volte non scortecciati, per creare una legatura speciale di rinforzo e anche di ornamento.

Prima di procedere all’intreccio de altri scudésci si aggiungono, sempre predisposti a punta lanceolata flessibile, due vimini ai lati del brasciàl e due ai lati del vimine centrale della parte posteriore, quasi germogli laterali dello stesso.

Ma poiché ci ritroviamo ad avere un numero di vimini pari e nel lavoro di intreccio si creerebbero delle sovrapposizioni (surèli), è necessario provvedere ad aggiungere un altro vimine sul lato destro o sinistro come si ritiene meglio. Si prosegue quindi ad intrecciare con scudésci normali per un’altezza di circa 18 cm nella parte anteriore, sopra il brasciàl e per cm 16 nella parte posteriore sopra l’intreccio speciale. Un nuovo intreccio speciale di chiusura con stecche di polloni di betulla divisi a metà, scortecciati e lavorati (ruschè e fac’ gió), chiude l’intreccio con le stecche di nocciolo (scudésci).

Il lavoro finale è quello de vultä(r) gió ’l gèrlu, che consiste nella piegatura e intreccio delle parti permanenti dei vimini.

Prima de vultä(r) gió ’l gèrlu se ’l mét in möi cun i scimi in gió, in te l’aqua de ’n bùi o de ’n bundìl de ’na val. La parte di vimini che rimane sporgente nella sezione della cima, dopo un adeguato ammollo nell’acqua di una fontana o nella pozza di un ruscello, viene piegata e intrecciata, incominciando dall’ultima giunta nella parte anteriore da sinistra verso destra, avendo l’avvertenza di piegare i vimini a circa cm 7 dall’intreccio di chiusura, in modo da lasciare uno spazio tale da poter intrecciare le cime di quelli piegati per ultimi. Ognuno viene intrecciato nei successivi 5 o 7 vimini e termina sempre con la cima residua verso l’interno della gerla. Terminata la piegatura delle cime, per rendere compatta e resistente la parte terminale, viene realizzato un ultimo intreccio con vimini sottili lungo tutta la circonferenza sommitale della gerla.

Nell’eseguire l’intreccio, si opera in modo da dare la forma voluta alla gerla, tenendo ben diritti i vimini della parte anteriore (schenàl) e piegando quelli posteriori, quelli laterali e quelli aggiunti in modo da imprimere una sagoma arrotondata ed allargata (fórma bumbäda) secondo lo stile dell’artigiano.

Rimane di dotare il gèrlu delle ritorte (fä(r) int i stròpi), iniziando con l’inserimento della parte rigida (miga sturgiùda) nel foro praticato nel brasciàl e piegando all’interno verso destra o sinistra in modo da poterla introdurre nei fori creatisi durante l’intreccio tra il brasciàl e i vimini laterali aggiunti. Così fissate al brasciàl vengono nuovamente ritorte (sturgiùdi) quella destra a destra e quella sinistra a sinsitra in modo da dare la forma di spallacci aperti ad accogliere le braccia e le spalle del portatore della gerla, e quindi inserire nei fori (böc’) praticati alle estremità del fónt, piegandole in modo da creare dei nodi di fissaggio.

Ultimo tocco è l’aggiunta di segni di riconoscimento (marcadùra), generalmente al centro del bresciàl, realizzati in pirografia (cun un fèr rós), consistenti il più delle volte nelle iniziali del nome o del soprannome (al scutùm) oppure in alcuni piccoli fori a forma di croce.

Al gèrlu de späduli

Si differenzia dalla gerla di vimini innanzitutto perché, come scheletro portante (còsti), al posto di vimini vengono usate delle stecche (späduli) per cui varia anche la modalità di lavorazione. Inoltre i späduli sono di numero inferiore ai vimini. Nel fónt invece dei fori rotondi vengono aperti fori rettangolari, nei quali sono inserite le stecche portanti. I späduli sono lavorate in modo da avere a una estremità una testa (cócula). Le stecche portanti inserite nel fónt hanno la cócula che rimane sotto lo stesso, mentre le stecche che vengono inserite in aggiunta l’anno sopra l’intreccio finale (sóra al curdón), in modo da bloccarlo.

Al campàc’

Al campàc’ l é fac’ gió cun avìmen più gròs che i é lighè inséma cun tré curdón amó de avìmen: un gió arént al fónt, un a mèz arént al brasciàl, che ’l ciàpa int sóra e sóta e un su insóm intrescè inséma ai scìmi de avìmen ch’i partìs dal fónt. I avìmen del curdón de mèz e de quel su insóm i é lighè inséma cun quàtru fàsi de scudésci: una de nènt, una de dré e dóa di pärt.

Gerla più capiente, a trame larghe, realizzata con vimini più grossi intrecciati con tre fasce pure di vimini, una vicina all’assicella di fondo (fónt), una a metà vicino all’assicella di attacco delle ritorte (brasciàl) e una in cima a coronamento. Le fasce intrecciate di mezzo e di sommità erano legaet insieme da fascette di sottili stecche di legno (scudésci), ora sono legate con filo di ferro (fil de fèr).

Altri attrezzi a intreccio

(altri arnès intrescè)

Al cavàgn

Al cavàgn, canestro di legno intrecciato, lungo cm 40, largo cm 20 e intrecciato, in altezza per cm 15. Se è più grande prende il nome di cavagna, se più piccolo quello di cavagnìn, termine usato anche per indicare il fabbricatore di cavàgn. Le dimensioni variano comunque in relazione all’uso che se ne vuole fare. A Grosio nella forma preponderante si differenzia da quelli realizzati in altre zone della provincia. Ha per fónt un’asse rettangolare con gli angoli smussati, di legname leggero per lo più di àlbera, salésc o pésc, nel quale vengono praticati lungo il perimetro i böc’ per piantär i avìmen o i späduli. I böc’ devono sempre essere in numero dispari comprendendo anche quelli per il manico. Per al cavàgn da avìmen si usano vimini anche per l’intreccio o per il manico, mentre l’intreccio del cavàgn de späduli viene realizzato con scudésci. Una particolarità di quest’ultimo è che solo i quàtru späduli di cantón, le quattro stecche degli angoli e quella del manico vengono inserite dal di sotto del fónt dal quale sporgono i cóculi, mentre le altre vengono innestate dal di sopra e hanno la cócula in alto presso la quale viene realizzato al curdón di chiusura dell’intreccio de scudésci per bloccarlo.

L’uso del cavàgn nella tradizione grosina è vario e per particolari usi viene ben definito nella terminologia come:

. al cavàgn de la gùgia e ’l réf era il canestro, custodito dalle donne e portato sempre da un maggengo all’altro durante la transumanza (quandu as mudàva), contenitore dell’occorrente per rattoppare vestiti e piccoli lavori da sarta come forbici, ditali, agoraio, rocchetti di refe bianco e nero, boccia di legno per aggiustare calze e calzettoni, gomitoli di filo di lana bianco e grigio, pezzi di stoffa (fòrbes, didàl, gugìn, caréi de réf biènch e négru, la bócia per rangèr e calzét, binènt de fil de läna biènch e mógn, pèzzi e berbìnduli);[4]

al cavàgn di tartùfuli era per lo più de avìmen, perché più resistente, usato per le patate, sia per la raccolta che per portarle dal caśaröl o dal invòlt a la bàita de föch per sbucciarle (per mundàli);

al cavagnìn per andär per bäghi, calùdi, maóstri e móri,[5] era più curato nella fattura e di dimensioni più piccole;

al cavägn de la läna, veniva usato per mettervi i pannelli di lana cardata (vedégi de läna scartäda).

I cavàgni del la sèla

I cavàgni de la sèla [6] sono due ceste di vimini che venivano poste a cavalcioni sulla sella (sèla) dei giumenti. Unite da quattro corde, due anteriori e due posteriori e ciascuna delle due distanti l’una dall’altra cm 4, dove viene a infilarsi l’arcione (l’arsción de la sèla) quando sono poste a cavallo della stessa.

Perché rimanessero più fisse alla sella e questa al giumento da soma venivano legate con un finimento costituito dal sottopancia (sotpänsa) e da una corda che, il più delle volte, era una striscia di cuoio (gióngula), tesa con un randello di legno (al ral). Sono costruite su un fónt, di forma trapezoidale con gli angoli smussati lungo cm 80 e largo nella parte che va anteriormente a la sèla cm 23 e dall’altra cm 27, nel quale in böc’, praticati lungo il perimetro, vengono piantati vimini poi intrecciati con altri a linea inclinata e cun curdón di rinforzo a metà e lungo il coronamento. Il lato che poggia alla sèla, viene inclinato e a cm 20 dal fónt i vimini sono inseriti in un listello (brasciàl) alto cm 4 e della lunghezza della cavàgna, nel quale sono praticati due fori anteriori e due posteriori ortogonali ai vimini e distanti ciascuno di cm 4 dove passano le corde su ricordate. Sopra al brasciàl l’intreccio è di circa altri cm 5. alla fine la cavàgna risulta alta cm 25 su tre lati mentre sul lato inclinato poggiante alla sèla è di circa cm 30. Con la sèla costituivano al furnimént, la bardatura degli animali da soma, che erano il mezzo di trasporto di merci sui maggenghi e alpeggi raggiunti da strade strette e con tratti ripidi (strädi stréci, drici e cun scalóti) o addirittura da soli sentieri (o apéna tröc’).

Al menàsc

Al menàsc, grossa cesta di vimini intrecciati a trama larga usata come sopralzo del carro, serviva per il trasporto del fogliame (sternàm) e di animali piccoli (bes·ciàm menù). Era realizzato su un telaio nel quale erano piantati verticalmente dei grossi polloni di betulla (piantéi de bedógn) poi intrecciati con vimini. Per renderlo più maneggevole il telaio aveva un incastro nel quale venivano inserite trasversalmente le tavole smontabili una alla volta, che formavano il pianale. Alle volte era montato anche su slitta.

La còrca

La còrca era un grosso contenitore con sponde di vimini intrecciati a trama fitta, alte 60-70 centimetri, per il trasporto del letame, sminuzzato per concimare i prati (gràsa śmagiuläda per fä(r) ìa i prä). Il più delle volte era montato su una slitta, altre volte anche sul carro a quattro ruote (bròz e derdèr).

Al sfròs

Al sfròs è un “erpice di legno”,[7] costituito da una slitta formata da due pattini (śluźìn) uniti da travèrs nei quali sono intrecciate delle frasche di betulla (fróschi de bedógn). Sopra le frasche vengono poi posti dei pesi. “Viene utilizzato in primavera per sminuzzare i grumi di letame” (per sfrigulär).

Al drac’

Al dràc è un “crivello di grosse dimensioni” con il fondo di stecche intrecciate”[8] del diametro di circa cm 70. È formato da due sottili strisce di legno di pioppo piegate a cerchio (du scérc de légn de àlbera pieghédi), una alta cm 4 con diametro di circa cm 1 più dell’altra alta invece cm 18, che incastrandosi tendono i scudésci intrecciate ortogonalmente e fissate attorno a una verga di betulla piegata a cerchio, che corre lungo il bordo superiore del cerchio dal diametro maggiore.

Il fondo si presenta con tanti fori quadrati di cm 1 di lato. Nel cerchio più alto costituente le sponde del crivello sono praticati due fori rettangolari che servono da maniglie per crivellare (per dragèr). “Veniva usato per spagliare i cereali subito dopo la battitura, prima di passarli al vaglio (van) o al ventilabro meccanico (mulinèl). È ricordato in un atto del 1605: un draggio nuovo”.

Al van

Al van è un ventilabro di vimini intrecciati a forma del palmo di una grossa mano reso tondeggiato dall’intreccio, del diametro di circa 60 cm. È aperto sul lato anteriore mentre lateralmente partono due sponde inclinate e risalenti verso la sponda posteriore rialzata di circa 18-20 cm. Dalle sponde laterali sporgono due impugnature (manéti) di vimini. È l’attrezzo che ha preceduto il ventilabro meccanico (mulinèl). Il grano battuto, dopo essere spagliato col drac’, viene vagliato con il van per ripulirlo dalla pula, chiamata vaśùra, quando si tratta di frumento, orzo e segale (furmént, dumèga, sèghel), ólba quando è grano saraceno (furmentón). La vagliatura avveniva, preferibilmente, in giornate ventose e in luoghi ventilati da correnti d’aria e consisteva nel porre il grano mischiato alla pula nel van che, impugnato nelle maniglie laterali, veniva spinto verso l’altro e in avanti. In tal modo nelle maniglie si sollevavano nell’aria, che soffiava via la pula mentre il grano, più pesante, cadeva verticale e quindi ripreso nel van.[9] 

La róca de la cänuf

La róca de la cänuf è un attrezzo costituito da un’asta del diametro di cm 1,5 lunga circa un metro, con un rigonfiamento intrecciato a forma di pannocchia lunga 14 e terminante a circa cm 12 dalla punta della cuspide piramidale. La realizzazione dell’intrecciato avveniva con nove stecche (späduli) lunghe circa c, 15 con larghezza al centro di cm 1 decrescente verso le estremità a punta. Piegate ad arco erano inserite in due incavi distanti cm 14 praticati intorno all’asta. Attorno ai späduli veniva realizzato l’intreccio cun scudescìni larghe circa mm 3-4. Era usata per filare la canapa e il lino (la cänuf, al lìn).

Al fiàsch impaè e la damigiàna impaèda

Nelle nostre zone il lavoro a protezione dei contenitori domestici come il fiasco e la damigiana, chiamato impropriamente impagliatura (impaèr) perché invece di paglia l’intreccio era de avìmen e scudésci, rappresentava una esigenza di praticità. Così nel caso dei fiaschi, l’involucro, non solo offre una maggiore funzionalità per l’aggiunta del manico e per la protezione del vetro, ma diviene ottimale nei confronti dell’uso corrente di refrigerare le bevande portate nei campi, mediante l’immersione del fiasco nei ruscelli. È facile intuire come il salice o la betulla sono meno putrescibili della paglia.[10] Per la damigiana l’involucro intrecciato con l’aggiunta di maniglie ne rendeva più agevole il trasporto e il carico delle stesse sulla soma degli equini (su in te la sèla e cavagni). La realizzazione avveniva su un fónt in legno sul quale erano piantati i avìmen di còsti attorno ai quali orizzontalmente si procedeva all’intreccio o con altri avìmen, questo sempre per l’involucro delle damigiane, o cun scudésci debitamente preparate seguendo la forma del contenitore di vetro.

La cugerèra

La cugerèra, “contenitore pensile per posate”[11] faceva parte dell’arredamento de la bàita de föch, generalmente era appesa alla credenza o alla scudelèra. Poteva essere realizzata o su un fónt in cui venivano piantati i avìmn de cósta e quindi intrecciati con altri avìmen o scudésci. Oppure con un asse verticale rettangolare terminante a triangolo o con altra forma più elaborata. Nella parte rettangolare venivano praticati dei fori sui lati laterali nei quali erano inseriti dei vimini piegati ad arco ed inseriti nel lato opposto che costituivano i còsti per l’intreccio verticale.

Al cósp

Al cósp era “uno zoccolo interamente di legno con la parte superiore fatta di stecche intrecciate”,[12] il cui uso è diminuito nella seconda metà del secolo XIX, fino a cessare totalmente verso gli anni venti del sec. XX.

È costituito da una suola (sòla) di radice un po’ curva di giovani piante di pino mugo o larice del diametro di cm 10-11, (raìs ravelèdi de muf o de lars [radici ricurve di mugo o larice]), lavorata (scipèda su)[13] cun l’àsa e ’l sigurèl sino a renderla dello spessore di cm 2-3. La parte anteriore piega all’insù seguendo la curvatura originaria della radice per circa cm 8 e assume la forma tondeggiante ad arco più aperto verso l’esterno e più chiuso all’interno dove poggia l’alluce (al didón), si aveva di conseguenza al cósp dèstru e al cósp sinìstru. Dove poggiava la pianta del piede la lavorazione era rifinita col cavadór, coltello con la lama ricurva. La parte sotto poggia su due punti trasversali, uno anteriore dove inizia la curvatura all’insù (al mùs) in corrispondenza a dove superiormente poggia la pianta del piede (al palmùz), l’altro posteriore in corrispondenza del punto dove inizia la coda (cóa) e dove superiormente poggia al calcàgn. Alle estremità laterali dei due punti d’appoggio trasversali venivano praticati tre o quattro piccoli fori cun la tanevèla, il più vicino possibile l’uno all’altro, quindi con un apposito coltello acuminato si eliminavano gli interstizi (se sgariàva su i böc’ di palóti) realizzando una piccola incavatura lunga cm 3, larga mm 3-4 e profonda cm 2,5 in cui erano inseriti dei pezzi di ferro a scalpello (i palóti). Per camminare sul ghiaccio al posto di palóti si usavano ferri a punta piramidale (i fus). Tra i due punti di appoggio, in corrispondenza del superiore appoggio della volta plantare, veniva incavata la sópia, incavo a sezione triangolare. La parte superiore e anteriore della sòla partendo dal mus, dalla forma arrotondata, fino a circa metà veniva coperta con un tomaio costituito da un intreccio in legno formato da sèt fèrli de muf, sette stecche di pino mugo, larghe cm 3, lunghe cm 23 e con uno spessore di mm 2. Alcune per la posizione che hanno nell’intreccio o per intagli o forma particolare prendevano il nome di fèrla de cavàl, fèrla stòrta e fèrla del böc’, quest’ultima perché ha una fessura rettangolare nella quale passa un’altra fèrla dell’intreccio. Sei fèrli, fissate a fori praticati nella sòla con zeppe, partivano dai due lati della sóla. Quelle del lato destro intrecciate obliquamente con quelle del lato sinistro venivano fermate con zeppe in fori praticati lungo la curvatura della parte sinistra del mus e quelle del lato sinistro nella curvatura della parte destra. La settima fèrla era intrecciata lungo la curvatura del mus a destra per al cósp dèstru e a sinistra per al cósp sinìstru. L’inteccio era poi concluso dall’inserimento del tiròz, che consisteva in una stecca resa molto malleabile larga mm 8, che partendo dall’angolo formato dalle prime due stecche nella parte superiore centrale, con particolari giri legava insieme tuti i fèrli e si ancorava ai fèrli nel punto dove si inserivano nei fori del mus.

Successori dei cósp sono i sciupéi,[14] molto simile nella suole, diversi ne tomaio che è in pelle e copre tutta la sòla, inoltre la parte anteriore anziché arrotondata termina a punta (i é più agùz).

Per me parlare degli strumenti di intreccio realizzati e utilizzati nella realtà contadina della tradizione grosina, è stato ricordare i tempi di quand’ero ragazzo in cui tanti di tali attrezzi erano ancora utilizzati. Ho attinto, si direbbe, a piene mani dal DEG – Dizionario Etimologico Grosino di Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, i lemmi originali necessari e far rivivere gli attrezzi ad intreccio ricordati. A chi leggendo questo scritto riscontrerà mancanze o discordanze di dati, che certamente sono sfuggiti, non conosciuti o non ricordati, la raccomandazione è di comunicarcele. La cultura etnografica del paese gliene sarà grata.

Nel terminare questo viaggio nei ricordi di gioventù, mi sembra doveroso riandare col pensiero a quanti hanno costruito gerle e altri attrezzi agricoli ricordati, in particolare a mio padre e a tutti quelli per i quali tali attrezzi sono stati strumento di lavoro, di dura fatica, ma anche di gioia e qui penso alle mamme, alla mia mamma, cul gèrlu de ràis quando portavano i bambini su e giù dai maggenghi e dagli alpeggi.

Grazie a Quetti Stefano,

ai miei fratelli, in particolare

a Giuseppe per la consulenza e

a mio figlio Andrea per i disegni.


[1]Il giorno di san Martino, 11 novembre, scadevano e venivano rinnovati i contratti agricoli.

[2] Per i termini dialettali, cfr. DEG – Dizionario Etimologico Grosino, di G. Antonioli – R. Bracchi, Sondrio 19952.

[3] In Valgrosina è detto anche al cavàl de la gràsa. Di uno che è macilento si dice l’é cume al cavalét de la gràsa.

[4] Forbici, ditali, spilli, bobina di refe bianco e nero, l’uovo per rammendare i calzini, spolette di filo di lana bianco e grigio, pezze e ritaglia di stoffa.

Quasi corrispettivo nel campo maschile vi era la caséta di fèr, un contenitore sempre presente dove si stabiliva la famiglia contenute l’occorrente per lavori vari in particolare l’occorrente per confezionare e aggiustare gli zoccoli, sciupéi. Conteneva sempre, l’àsa, al sigurèl, al cavadór, la lima, la léśna de cuśìr, la léśna di bròchi, al martèl, la tenàia, la śgùrbia, späch, pégula, bròchi, palóti e al mancàva mai i sanàs per töch sanq ai vàchi.

[5] Per la raccolta di mirtilli, mirtilli rossi, fragole e more.

[6] Per indicare un deperimento rapido si dice andär cume l’aqua gió in t’i cavagni. Far un öf fò de la cavàgna si dice per indicare che una persona è riuscita in una impresa fuori dal suo normale.

[7] DEG 795.

[8] DEG 346-7.

[9] van, “vaglio, ventilabro. In un ato del 1430 (not. Giovanni Spazzadeschi) abbiamo «in bonis blado pulchro, sico, nito et vanàta»”, DEG 941.

[10] Cfr. Ciapponi-Ganza, Guida alla mostra dei manufatti di legno intrecciati, Museo Etnografico Tiranese, Tirano 1991.

[11] DEG 312 (dove è indicata anche la variante cugiarèra).

[12] DEG 303.

[13] Sagomata grossolanamente, DEG 765.

[14] L’uso a Grosio di cósp e sciupèi, costituiti con suole di legno ricavate dal taglio di giovani piante di resinose come larice e pino mugo, fu oggetto di trattazione del Consiglio comunale di Grosio nell’anno 1895, quando si costituì una commissione per stilare un “regolamento col quale si vietava l’uso delle zoccole fatte con legno di piante resinose in territorio del Comune di Grosio”. Il regolamento approvato dal Consiglio Comunale il 23 ottobre 1895, fu respinto dalla Giunta Provinciale Amministrativa, che ne suggeriva delle modifiche, mai accolte dal Consiglio Comunale di Grosio. Interessante quanto viene detto nella premessa circa l’uso dei cósp, che ci dà un punto di riferimento sulla decadenza dell’uso: “ha notato la Commissione che, quantunque siano andati fuor d’uso gli zoccoli detti cospi (interamente in legno) anche quelli di generale costumanza fatti col solo suolo di legno assorbono e distruggono annualmente gran numero di piante”. Il problema è poi sottolineato dal maestro Giacinto Gilardi in una dettagliata e critica lettera in data 10 febbraio 1927 contro l’amministrazione comunale in cui viene puntualizzata la cattiva amministrazione che poteva cambiare “sfruttando gli immensi beni comuni che invece si sono lasciati devastare dai più incoscienti predoni che, per fare le suole di un paio di zoccoli, tagliano due piante di larice”. La diatriba si protrasse fino agli anni sessanta, con la lotta contro il taglio delle suole di larice, mentre veniva tollerato il taglio di suole di pino mugo.


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